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Lettera ai fedeli, di don Ugo Carandino

S. Martino dei Mulini, il 10 luglio 2001

Cari fedeli,
difficoltà tecniche legate all’uso del computer mi hanno impedito di farvi giungere questa lettera entro sabato 30 giugno, giorno in cui ho lasciato il priorato di Spadarolo. Dopo circa quindici giorni dall’annuncio pubblico della mia decisione, vi invio dunque questa lettera per spiegarne i motivi.

Negli ultimi mesi si era creata una situazione estremamente difficile all’interno della Fraternità S. Pio X, a causa dei “contatti” con il Vaticano, iniziati ufficialmente a fine dicembre e trascinati a fasi alterne sino ad oggi. Fin dall’inizio ho provato una forte preoccupazione nel vedere i superiori della Fraternità considerare gli attuali membri della gerarchia degli interlocutori credibili, persone cioè con cui si possa discutere, si possa cercare di arrivare in qualche modo ad un accordo.

Il motivo di questa preoccupazione è semplice: questi interlocutori sono coloro che da 30 anni distruggono la Chiesa, insegnano l’errore, ingannano le anime; gli stessi che negli ultimi tempi non hanno dato segni di pentimento, bensì hanno aggravato la loro opera demolitrice, con il “mea culpa” e gli altri gravissimi atti commessi durante il giubileo, ed ora persino con la visita ufficiale ad una moschea.

Delle trattative con il Vaticano erano già intercorse lo scorso anno per ottenere l’uso delle basiliche durante il pellegrinaggio di agosto della Fraternità a Roma. I fatti dimostrano che dialogare con queste persone crea una situazione che impedisce di condannare quello che esse fanno; infatti, per non intralciare la concessione delle basiliche, il superiore generale della Fraternità, Mons. Fellay, aveva evitato di condannare pubblicamente il gravissimo atto del “mea culpa” di Giovanni Paolo II; ora, in questi mesi di “contatti”, vi è stato il medesimo silenzio nei confronti della scandalosa visita alla moschea.

Quindi le trattative con coloro che sono oggettivamente dei nemici della Fede portano inevitabilmente a imbavagliare coloro che dovrebbero, invece, condannare pubblicamente tali nemici. In questo senso, anche senza un accordo formale, l’attuale Fraternità rappresenta per la Chiesa conciliare una specie di “male minore”, poiché da ormai diversi anni rinuncia sempre di più alla denuncia pubblica degli errori conciliari per limitarsi, invece, a critiche sporadiche che circolano unicamente nel ristretto ambiente del “tradizionalismo”.

Al momento in cui scrivo, dopo che per diversi mesi i fedeli erano stati preparati ad accettare un accordo con Giovanni Paolo II, la Fraternità sembra aver scelto la via della rottura delle trattative, anche se alcune figure di spicco della stessa Fraternità sperano di riprendere i contatti al più presto.

Ma perché la Fraternità, nei mesi scorsi, era pronta alla riconciliazione con Giovanni Paolo II? Un aiuto per rispondere a questo quesito ci viene da don Michele Simoulin, che negli ultimi mesi ha più volte detto e scritto che un accordo con Giovanni Paolo II risulta necessario per evitare che la Fraternità diventi una chiesa scismatica separata da Roma, una “petite eglise”, una piccola chiesa.

Ecco il cuore del problema: effettivamente la Fraternità si trova in un vicolo cieco, perché continua a voler riconoscere Giovanni Paolo II come l’autorità legittima della Chiesa. Ora, se davvero Giovanni Paolo II è la vera autorità, si presentano solamente due posizioni possibili: o cercare un accordo con questa “autorità”, e quindi accordarsi con colui che opera “l’autodistruzione” della Chiesa attraverso la libertà religiosa, l’ecumenismo e gli altri errori del Concilio Vaticano II (la terminologia stessa di cercare “un accordo con il Papa” rivela un’assurdità: il cattolico deve sottomettersi al Vicario di Cristo, non “accordarsi”);oppure separarsi completamente da questa “autorità” costituendo una “piccola chiesa” effettivamente scismatica, dove si disobbedisce abitualmente a colui che si riconosce come Papa, per obbedire unicamente ai superiori della Fraternità, ai quali si attribuisce una sorta di “infallibilità pratica” che si nega invece al preteso Papa.

E’ questa seconda soluzione che si è consolidata negli ultimi anni (e che affiora in questa fase di rottura delle trattative): la Fraternità continua ad insegnare, a proposito del Papato, una nuova dottrina che si allontana dalla dottrina cattolica e che, inevitabilmente, prepara una mentalità da “piccola chiesa”: cioè che il Papa (il Vicario di Cristo sulla terra, colui che ha ricevuto le chiavi da Cristo per sciogliere e legare) può sbagliare in materia di fede, può insegnare degli errori dottrinali; che il Papa distrugge la Chiesa, che un Papa può promulgare una Messa e dei Sacramenti cattivi (e nel caso della Cresima persino invalidi). Quindi, secondo questo insegnamento, il fedele può disobbedire abitualmente a questo “papa”, che non è più la regola prossima della fede, ma un elemento quasi secondario della Chiesa; eppure la sana dottrina insegna che un cattolico non può prescindere dall’insegnamento e dal governo del Papa.

In questa nuova dottrina si ritrova il vecchio errore gallicano, già condannato dalla Chiesa, che determina, soprattutto nelle nuove generazioni, un concetto gravemente deformato della Chiesa e del Papato. Si giunge al paradosso di rifiutare un’eresia, quella modernista, in nome di un’altra’eresia, quella gallicana, invece di abbracciare integralmente la Fede cattolica, sino alle sue estreme conseguenze.

Per evitare questa gravissima situazione, la Fraternità dovrebbe studiare seriamente il problema del Papato e costatare che i “papi” del Concilio non hanno ricevuto da Dio l’autorità, e di conseguenza i fedeli sono sollevati da ogni problema di coscienza nel rifiutare il Concilio Vaticano II e la messa nuova.

Continuando, invece, ad affermare che questi “papi” hanno l’autorità ma bisogna disobbedire abitualmente al loro insegnamento, si perde il concetto del Papato, si abituano i fedeli, e soprattutto i giovani, ad essere indifferenti se non ostili al Papa. Si crea, insomma, una Chiesa senza Papato, anzi una Chiesa contro il Papa: ma questa posizione non è compatibile con la Fede cattolica.

Ritengo che gli avvenimenti legati agli accordi hanno evidenziato il vicolo cieco in cui si trova la Fraternità. Infatti, la minoranza del clero Fraternità che apertamente si era espressa in modo negativo a una possibilità di riconciliazione con Giovanni Paolo II, l’ha fatto partendo da una posizione tendenzialmente gallicana.

Non a caso, uno dei più attivi sostenitori della linea “anti-accordo”, è stato Mons. Tissier de Mallerais, che si occupa in prima persona dei tribunali ecclesiastici creati dalla Fraternità in sostituzione delle sentenze della Sacra Rota romana, uno degli aspetti più evidenti della prassi da “piccola chiesa” ormai consolidata all’interno della Fraternità (questi tribunali hanno emesso sentenze di annullamento di matrimoni, riduzione di diaconi allo stato laicale, scioglimento dai voti religiosi definitivi).

L’esempio delle chiese dissidenti orientali insegna che non è sufficiente conservare la Messa, i Sacramenti e il catechismo, ma è indispensabile essere fedeli all’istituzione del Papato e quindi, nell’attuale situazione della Chiesa, chiarire la questione fondamentale dell’autorità per esercitare in maniera legittima il ministero sacerdotale.

Per questo motivo, dopo una lunga riflessione, ritengo in coscienza di non poter continuare a svolgere il ministero sacerdotale all’interno della Fraternità S. Pio X; dopo undici anni trascorsi a Rimini, presso il priorato di Spadarolo, non è mia intenzione abbandonare l’apostolato che si è sviluppato in questi anni, ma restare a disposizione dei fedeli per condurli alla salvezza eterna nella chiarezza dottrinale, poiché “non si può far del bene se non con la buona dottrina”.

Per questo motivo è stata aperta la Casa San Pio X a San Martino dei Mulini (frazione di Santarcangelo, alle porte di Rimini), che permetterà di proseguire le attività apostoliche. Questa Casa è dotata di un piccolo oratorio per garantire immediatamente la celebrazione quotidiana della Messa e l’amministrazione dei Sacramenti; al più presto sarà aperta una cappella a Rimini. Proseguirà inoltre l’apostolato nelle regioni vicine.

Il ministero sarà svolto in collaborazione con i sacerdoti dell’Istituto Mater Boni Consilii di Verrua Savoia (TO); un confratello dell’Istituto mi affiancherà, con una certa frequenza, nella Casa San Pio X.

I motivi della mia decisione sono quindi e restano unicamente di ordine dottrinale. Le altre questioni (compreso il mio annunciato trasferimento da Rimini) sono ininfluenti.

Ringrazio tutti coloro che mi hanno già manifestato il loro appoggio morale e materiale permettendo l’inizio di quest’opera sacerdotale. Ringrazio, inoltre, con profonda e sincera riconoscenza, tutti coloro che mi sono stati vicini in questi anni e che ora non si identificano nella mia scelta (e ricordo che sono a disposizione di tutti per rispondere a ogni genere di obiezione): non potrò mai dimenticare la disinteressata generosità manifestata nei miei confronti dai fedeli di Rimini e delle altre città nel corso degli undici anni trascorsi a Spadarolo.

Invoco su tutti voi e le vostre famiglie le più copiose benedizioni del Sacro Cuore di Gesù e della Santa Vergine Immacolata.


don Ugo Carandino


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